Preghiera per il razzista

Ieri a Radio Popolare a proposito della manifestazione del 20 maggio ho sentito Paolo Rumiz parlare della sua esperienza quando si trova di fronte a qualcuno che pronuncia frasi xenofobe verso un altro. Riporto qui le sue parole perché mi sono piaciute molto.

L’altra cosa che io non amo è il silenzio dei benpensanti che, per non mettersi all’altezza del becerume populista che sta devastando il web, tacciono per non mettersi allo stesso livello. Invece no: […] quando si sentono delle cose in autobus, per strada, sul tram […] uno che dice ad alta voce qualcosa di pesante, non bisogna tacere. Proprio perché è indispensabile dare un segnale a quelli che la pensano diversamente. Invece vedo che in 90 casi su 100 la gente tace, ha
paura perché pensa che il pensiero medio sia quello del rifiuto. Invece credo che non sia così, che è necessario dare dei segnali perché le “truppe” di coloro che la pensano diversamente si compattino e abbiano dei punti di riferimento.

Che cosa rispondere? E’ un pensiero che mi tormenta da molto tempo. […] Trovo che c’è una rosa infinita di possibilità che abbiamo di risposta al populismo razzista, quello conclamato, quello che viene urlato per la strada o sul web. Che può essere la dannazione, l’ironia, l’accusa, l’augurio, la preghiera, lo sfottimento, il ghigno, la commiserazione, la maledizione. Ci sono mille cose. Ma ho notato che la più efficace è una forma di preghiera. […]

Tu ti rivolgi alla persona che ha detto quelle cose e gli dici: io prego che tu non debba mai finire dietro un reticolato, che tu non debba mai essere guardato come un miserabile. Prego iddio che il tuo denaro e il tuo passaporto non siano mai rifiutati come carta straccia da un agente di polizia che ti guarda di traverso. E invoco che i tuoi nipoti non debbano passare gli inverni nel fango, sotto una tenda, a mezzo chilometro da un cesso comune, con gli scorpioni e i serpenti che si infilano dentro le loro coperte.

E questa persona non può rispondere a una cosa del genere perché tu parli per il suo bene. Poi alla fine gli fai partire il siluro. Gli dici: prego perché tu non debba mai udire rivolte a te le stesse parole che hai appena pronunciato. E allora vedi che non osano replicare. E vedi attorno a te il pubblico che ascolta che ha un sospiro di sollievo perché gli hai tolto le parole di bocca.